martedì 22 marzo 2016

"La casa sul poggio": la recensione di Donato Romano


Ecco la recensione del Professor Donato Romano, tra i curatori e i relatori della presentazione del romanzo "La casa sul poggio" (Edizioni L'ArgoLibro) di Michele Di Lieto, che si è tenuta sabato scorso presso il Liceo Statale "Alfonso Gatto" - Sezione classico di Agropoli. 
Qui trovate la pagina on line dedicata al romanzo.

La prima parte del romanzo La casa sul poggio di Michele di Lieto, che si chiude con la frase dell’avvocato de Bonis (“Non c’è giustizia per i poveri cristi”), costituisce il filo d'Arianna che consente al lettore di ripercorrere e interpretare una storia, quella della famiglia Ognissanti, che attraversa quattro secoli (dal XVII al XX sec.) e che, vichianamente, si ripete inesorabile e immodificabile. Cambiano le epoche, i contesti, ma i protagonisti delle vicende narrate sembrano condividere la medesima triste sorte. Quasi perseguitati da un destino avverso, Gesualdo, Tarsio, Carlo e Antonino lottano per ottenere giustizia, per affermare i loro diritti o per un’idea di giustizia ed equità sociale, ma soccombono di fronte ad una sorte di eterogenesi dei fini che rende vano ogni sforzo, ogni sacrificio, ogni lotta. 
Il libro di Michele di Lieto (è stato detto e scritto da più parti ma non mi trova pienamente d'accordo) è un romanzo storico, un misto di storia e di invenzione: esso, infatti, narra le vicende (immaginate) di una famiglia che fuggendo da Napoli a causa della peste del 1656 si ritrova “gettata”, suo malgrado a seguito del naufragio della Porta celeste, sul litorale pestano. Da questi lidi, giungono nel Cilento, a Cicerale prima, a Spinazze (luogo inventato) poi, dove, nel 1671, iniziano a costruire la casa sul poggio, una casa contadina ben diversa dalle case "palazziate" dei ricchi, "non necessariamente nobili". 
Queste vicende inventate sono ambientate in epoche storiche precise, ricostruite fedelmente dall’autore nelle caratteristiche sociali e culturali. Accanto a personaggi storici realmente esistiti (dai protagonisti della rivoluzione del 1799 Domenico Cirillo, Eleonora Pimentel Fonseca, Mario Pagano, all’anarchico regicida Gaetano Bresci, solo per citarne alcuni), che si configurano per lo più come personaggi secondari, si muovono e agiscono personaggi inventati, ma verosimili, nel senso che riflettono nel loro modo di pensare e di comportarsi la realtà storica e sociale delle epoche in cui è ambientato il romanzo. Nel romanzo di Michele di Lieto manca tuttavia, a differenza del romanzo storico, la presenza di personaggi collettivi: scene “corali” che hanno per protagonista non più il singolo personaggio, ma la folla, il popolo, gruppi di persone, raffigurati in atteggiamenti o comportamenti di partecipazione nei confronti degli eventi politici e sociali del loro tempo. Il testo è spesso caratterizzato da ampie descrizioni di paesaggi che hanno la funzione di “incorniciare” l’azione e da minuziose, dettagliate descrizioni che servono a caratterizzare meglio i personaggi, o a farci comprendere anche aspetti tecnici della pratica giuridica. La narrazione è coinvolgente ed originale. Spesso l’autore si muove avanti e indietro nel tempo con digressioni e attualizzazioni quasi a voler rafforzare l'idea che il presente è figlio del passato e padre del futuro. 
Un vissuto del tempo in cui nel presente si riflettono sia il passato personale e storico-collettivo, sia il futuro con i suoi sogni e le sue speranze progettuali.
La casa sul poggio è anche un romanzo d’amore, che unisce come una forza cosmica i protagonisti e li tiene vivi anche nei momenti peggiori. Ogni epoca ha la sua coppia: Gesualdo e Tina, Tarsio e Maria Luisa, Carlo e Gena, Antonio e Nenna, Antonino e Marta. 
È un romanzo che presenta anche figure femminili forti, non accessorie, come Maria Luisa de Litteris, compagna del massone Tarsio, donna colta, cosmopolita, “educata alla francese”; come Nenna, donna forte, tanto decisa al punto da sembrare alle invidiose vicine "quasi un maschio". Nenna si carica del peso della famiglia, affitta un fondo di erbacce e spine e nel giro di pochi anni ne fa un giardino con piante di ulivo, orto, alberi da frutta.
L’immagine che chiude la quarta parte, la casa sul poggio non ancora ultimata nel 1998, diventa il simbolo di un itinerario fenomenologico che non giunge mai a compimento. Manca sempre qualcosa, un passaggio, un’autorizzazione, o semplicemente un pizzico di buona sorte. 
Nessuna delle vicende raccontate nelle quattro parti si conclude positivamente. La morte dei protagonisti infine contribuisce a rafforzare quel senso di precarietà e di incompiutezza che attraversano tutto il libro. In questo testo non c’è un rovesciamento dialettico e questo conduce inesorabilmente ad un pessimismo che, a mio avviso, lascia poche speranze: i vinti restano tali in ogni epoca, gli Ognissanti non saranno mai i Vanacore (arroganti, opportunisti, corrotti, cinici…), ma di fatto non cambieranno mai il proprio destino anche senza necessariamente snaturarsi. I vinti non diventeranno mai i vincitori. Nonostante le trasformazioni politiche, istituzionali, economiche, culturali, per la famiglia Ognissanti il mondo è sempre stato e sempre sarà “ad un medesimo modo” come scrive Machiavelli nel II libro dei Discorsi
Gli Ognissanti, metafora dei vinti di ogni tempo, subiranno sempre le angherie e i soprusi dei potenti. In conclusione, per l'Autore, "non c’è mai stata né mai ci sarà giustizia per i poveri cristi". È questo il senso di un romanzo che vuole essere una denuncia dei mali della società di ogni tempo e di una giustizia discendente che, prevaricando i diritti naturali dei singoli diviene, come direbbe Trasimaco di Calcedonia "l'utile del più forte", mero strumento di potere.


Professor Donato Romano

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